QUANDO IL “MANGIARE BENE” DIVENTA UNA PERICOLOSA OSSESSIONE

A cura della dott.ssa magistrale Margherita Pecile
  • Laurea in Educazione Professionale (Università degli Studi di Udine – Dipartimento di Scienze Mediche Sperimentali e Cliniche); massimo dei voti  e lode.
  • Laurea Magistrale in Scienze riabilitative delle professioni sanitarie (Università degli studi di Padova – Dipartimento di Medicina Molecolare); 109/110

 

Questo no, perché non so da dove viene; questo no, perché ci sono troppi grassi; questo no, perché non è perfettamente digeribile; questo no, perché… Si comincia così: eliminando. E si finisce con l’ammalarsi. L’ortoressia è una malattia nuova, poco conosciuta (meno conosciuta dell’anoressia e della bulimia), ma da non sottovalutare, perché ha già colpito molte persone. Infatti, secondo recenti dati diffusi dal Ministero Italiano della Salute per i disturbi alimentari, le persone affette da ortoressia sarebbero 300 mila in Italia (a fronte di tre milioni di pazienti con disturbi alimentari).
È stata descritta per la prima volta nel 1997 da un medico americano, il Dottor Steven Bratman, che ne ha scelto anche il nome: “orthos”, che vuole dire corretto, e “orexis”, che significa appetito, creando il termine “ortoressia”.

Il mangiare sano diventa un’ossessione; le persone colpite sono ossessionate dal dover “mangiare bene” per forza, scegliendo solo alimenti che loro ritengono sani, puri e incontaminati, perché sono terrorizzati dall’idea di potersi contaminare e ammalare attraverso l’assunzione di cibo impuro. Controllano tutto ciò che mangiano in maniera maniacale, dall’etichetta, al lavaggio, escludendo a torto tutta una serie di categorie di alimenti e incorrendo in conseguenze molto gravi (da carenze nutrizionale, squilibri elettrolitici, avitaminosi, osteoporosi, atrofie muscolari, ospedalizzazioni, al morire di fame). Sono degli integralisti, talvolta per convinzioni personali (fattori biologici, psicologici, …), talvolta perché influenzati da fattori esterni (fattori familiari, culturali, la pubblicità, le filosofie alimentari in voga, le “mode” delle star, …), prigionieri delle loro idee. Provano molta ansia nei confronti del cibo, eliminano sistematicamente i cibi considerati dannosi, considerano il ristorante come luogo di perdizione, provano un forte senso di colpa legato all’alimentazione.

Il perfezionista del cibo, oltre ad attuare tutta una serie di rituali verso il cibo, tende a isolarsi e a compromettere la sua vita in toto, in quanto la sua rigidità comportamentale lo limita nella vita sociale, relazionale e lavorativa. In questo comportamento non bisogna sottovalutare la componente psicologica. Il comportamento alimentare atipico, nella maggior parte dei casi, è un linguaggio attraverso il quale la persona comunica il suo disagio, che può essere di tipo emotivo e/o relazionale.

Per questo motivo, la persona colpita deve essere presa in carico a 360° da un’équipe di professionisti, in quanto il trattamento non dev’essere solamente di tipo medico, ma anche di tipo psicologico. Tutti i disturbi legati all’alimentazione, infatti, dovrebbero essere trattati con delicatezza e competenza da un’équipe multidisciplinare che segua la persona in ogni aspetto della patologia.

In conclusione, sapere un po’ di più su quello che si mangia, fa sicuramente bene. Ma bisogna ricordarsi che si va a tavola non solo per alimentarsi, ma anche per stare in compagnia, perché fa bene all’umore e all’autostima, perché ci gratifica. Un approccio attivo, responsabile ed equilibrato verso ciò che mangiamo avrà effetti positivi sia sulla salute fisica che su quella psichica, senza limitare i piaceri della vita e le relazioni sociali.

 

 

Quando soffri

può sembrarti che questa sofferenza

duri per sempre.

Ma, sii certa, non sarà così.

L’inverno si trasforma sempre in primavera.

Nessun inverno dura per sempre.

(Daisaku Ikeda)