A cura della dott.ssa magistrale Margherita Pecile
  • Laurea in Educazione Professionale (Università degli Studi di Udine – Dipartimento di Scienze Mediche Sperimentali e Cliniche); massimo dei voti  e lode.
  • Laurea Magistrale in Scienze riabilitative delle professioni sanitarie (Università degli studi di Padova – Dipartimento di Medicina Molecolare); 109/110

 

Non soltanto salute, benessere, ricerca di una qualità di vita più equilibrata, perseguimento dell’autostima e perché no, del piacere di piacersi. No, una costante attività fisica-sportiva non è soltanto benefica e indicata per tutti questi motivi, ma è addirittura consigliata anche in chi si trova costretto in condizioni di vita estrema come, ad esempio, la permanenza in carcere. Sì, lo sport è adesso indicato anche come una terapia, un toccasana, una sorta di medicina per quanti trascorrono le loro giornate da detenuti. E il perché di questo connubio virtuoso abbisogna di una piccola premessa. Eccola.

Come afferma il Comité Consultatif National d’Ethique, la prigione è un luogo di contraddizioni: contraddizione, in particolare, fra le norme vigenti che prevedono salubrità degli ambienti di vita e standard igienico sanitari, e le reali condizioni di vita nelle celle sovraffollate; fra il deficit di salute di chi entra negli istituti penitenziari e un carcere che produce sofferenza e malattia, regressione e disperazione. La condizione carceraria richiede, nell’ottica del rispetto dei diritti umani, un approccio globale alla salute, definito bio-psico-sociale, che abbracci tutti gli aspetti di vita del detenuto. Per fare ciò, risulta importante una complementarietà fra gli interventi a tutela della salute e gli interventi mirati al recupero sociale della persona, protagonista del proprio percorso di (ri)costruzione della salute. La scelta di questo approccio permette di dare anche un altro significato alla pena e di inquadrare sotto diversa luce e di rafforzare il trattamento, la cura, le attività di prevenzione, la riabilitazione del detenuto e i percorsi di preparazione all’uscita.

Tra le varie attività, per il raggiungimento di tali obiettivi, ha un ruolo importante anche l’attività fisica e sportiva, a sostegno di stili di vita salutari, prevista anche nelle indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Lo sport, soprattutto quello di squadra, ha un’alta valenza educativa e rappresenta un ponte con il mondo esterno, contribuisce al mantenimento di uno stato soddisfacente della salute psico-fisica, obbliga a rispettare le regole e un codice di comportamento, fa sciogliere gli individualismi, canalizza l’aggressività, abbassa tensioni e conflitti, rappresenta un mezzo attraverso il quale lavorare sulle relazioni, sui valori come la legalità, la cooperazione e la collaborazione, sul significato della sconfitta e della vittoria e sulla gestione delle frustrazioni, aumenta la fiducia in se stessi e la valorizzazione di sé. Inoltre, lo sport è un linguaggio accessibile a tutti e pertanto non esclude nessuno: dunque, assume il ruolo di facilitatore dell’interazione tra mondi, culture, lingue e religioni differenti. In molti istituti penitenziari italiani, questo è diventato realtà, con la nascita di squadre di calcio, calcetto, rugby e pallavolo; con la costruzione di palestre e spazi ricreativi; con la collaborazione con istruttori e personal trainer. Anche il Ministero della Giustizia e il Comitato Olimpico Nazionale Italiano promuovono un progetto, denominato “Sport in carcere”, diretto al miglioramento della condizione carceraria e del trattamento dei detenuti attraverso la pratica e la formazione sportiva, già attivo in alcuni istituti di molte regioni italiane.

È compito di una società civile oltrepassare l’insensibilità, l’indifferenza e il pregiudizio, per impegnarsi a modificare la realtà di degrado e di sofferenza umana in cui spesso vivono decine di migliaia di uomini e donne reclusi negli istituti penitenziari, aumentando, inoltre, le possibilità che un giorno sapranno (re)inserirsi nella società.

…il lavoro sociale – qualunque esso sia –

è anche l’atto morale di farsi carico dell’inestirpabile responsabilità

che abbiamo per la sorte e il benessere dell’altro;

e che quanto più l’altro è debole e incapace di far valere i propri diritti,

tanto più grande è la nostra responsabilità.

(Zygmut Bauman, Homo consumens, 2007)